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Il futuro del lavoro e il cambiamento tecnologico, questa volta è differente.

#Oltre i libri

Tortuga - BOCCONI

23 luglio 2018

Nel dibattito odierno, sia in ambienti accademici che di policy, da più parti si solleva l’osservazione che il progresso tecnologico che stiamo vivendo in questi anni ha il potenziale di distruggere e rendere obsoleto molto più di ciò che è invece in grado di creare ex novo.

L’automazione di diversi processi produttivi avrebbe infatti la capacità di rendere obsoleta una grossa fetta delle professioni, e non solo quelle a bassa intensità di capitale umano, con l’effetto di ridurre allo stato di disoccupazione grandi masse dell’attuale forza lavoro.

Noi di Tortuga, think-tank di studenti di economia, abbiamo redatto per la fondazione EYU un rapporto intitolato “Human-Machine: New policies for the future of work”, che si ripropone di scandagliare l’effettiva portata proprio di questo fenomeno e di trarre le necessarie raccomandazioni al fine di gestire in maniera ottimale l’attuale fase di transizione tecnologica.

Il primo filone di analisi del rapporto si focalizza sulla relazione tra progresso tecnologico e produttività, più nello specifico sul productivity puzzle, ossia l’evidenza empirica a favore di tassi di crescita di produttività stagnanti nonostante il diffondersi di automazione, robot industriali e intelligenze artificiali sempre più avanzate.

Il dibattito è aperto e ha presentato diverse interpretazioni, alcune basate sulla difficoltà nel misurare la produttività, altre sulle tempistiche in cui si manifesta l’impatto dell’innovazione su di essa e altre ancora che mettono addirittura in dubbio l’effettiva rilevanza del progresso tecnologico degli ultimi anni.

Un secondo filone analizza l’impatto dell’automazione sull’occupazione ed evidenzia come il cambiamento tecnologico abbia il potenziale di rendere obsolete numerose professioni, ma più in generale di modificare in modo non trascurabile la complementarietà tra lavoro e capitale, aumentando gli skill premia e modificando le relazioni industriali.

Il test empirico non riesce tuttavia a dare una soluzione al dibattito, in quanto ad esempio è nei paesi più avanzati tecnologicamente che si registrano i tassi di disoccupazione più bassi.

Infine, il terzo ambito di analisi del rapporto si occupa delle conseguenze sulla disuguaglianza. La letteratura presenta diversi effetti del progresso tecnologico in termini redistributivi e lo individua come una delle cause dell’aumentare della disuguaglianza all’interno delle nazioni, assieme alla globalizzazione.

Il canale principale consiste, in sintesi, nel vantaggio che l’automazione concede ai lavoratori più istruiti, in parallelo al forte svantaggio che impone a coloro i quali versano nelle condizioni opposte, fino all’estremo per il quale determinate tipologie di lavoratori maturi e avanti negli anni rischiano di essere cacciati fuori dalla forza lavoro, senza la possibilità di riuscire a rientrarvi in quanto non in grado di aggiornare le proprie competenze.

La lezione che si trae da questo insieme di fattori è che l’odierna fase di mutamenti tecnologici presenta numerose opportunità di crescita, specialmente per i paesi sviluppati, ma che allo stesso tempo impone dei costi di aggiustamento per i gruppi che ne risultano svantaggiati, oltre che una modifica del sistema educativo nel lungo periodo. Uno strumento chiave per il primo obbiettivo è una redistribuzione fiscale mirata accompagnata da politiche attive sul mercato del lavoro, in grado di produrre risultati più efficienti di un reddito minimo universale.

Per il secondo obiettivo risulta invece chiave il concepimento di strumenti di formazione continuativa e non relegata unicamente alla giovane età del lavoratore, assieme ad un focus su competenze chiave, quali le capacità informatiche e logiche.